Negli ultimi giorni, la politica italiana ha assistito a una serie di movimenti apparentemente tattici tra i banchi di Montecitorio e Palazzo Madama, con parlamentari che lasciano il proprio partito per unirsi ad altri gruppi. Questi spostamenti non sono casuali, ma rispondono a una precisa strategia in vista delle elezioni del 2027.

La chiave di lettura di queste manovre è la nuova legge elettorale, lo Stabilicum, che entrerà in vigore il 24 ottobre 2026. La normativa impone ai partiti che non sono rappresentati in parlamento di raccogliere 6.000 firme in ogni collegio plurinominale – 49 per la Camera e 26 per il Senato – rispetto alle 1.500 richieste in precedenza per ciascun collegio.

Per le forze politiche che invece hanno una rappresentanza parlamentare, il requisito rimane di sole 1.500 firme. Questo spiega perché i piccoli partiti, spesso con percentuali di consenso minime ma decisive per determinare il vincitore, cercano di collocare almeno un parlamentare all’interno di un gruppo maggiore: per aggirare l’ostacolo delle firme e guadagnare un vantaggio competitivo.

Il primo caso emblematico di questa strategia è stato il passaggio del senatore Luigi Nave, che l’8 ottobre ha lasciato il Movimento 5 Stelle per il Gruppo Misto, costituendo la componente Avanti PSI – Progetto Civico Italia. L’operazione nasce dall’alleanza tra il Partito Socialista Italiano, guidato da Enzo Maraio, e Progetto Civico di Alessandro Onorato, che Giuseppe Conte sta favorendo per limitare l’influenza di Matteo Renzi.

Anche a destra si registrano movimenti analoghi: Giorgia Meloni ha stretto un accordo con Sud chiama Nord, la formazione di Cateno De Luca, sindaco di Taormina, noto per il suo atteggiamento spregiudicato e spesso sopra le righe.

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