Marco Rizzo torna a far parlare di sé. E stavolta lo fa con un reel destinato a incendiare il dibattito politico. Al centro del suo sfogo c'è la scarcerazione di Youssef Siher, il ventenne milanese finito nel ciclone mediatico dopo le violenze del 14 luglio, e la detenzione di Mario Roggero, l'orafo piemontese condannato dopo aver reagito a una rapina.
Rizzo, torinese, figlio di un operaio della Fiat, ha attraversato tutta la storia della sinistra comunista italiana. Dal PCI a Rifondazione Comunista, fino al Partito dei Comunisti Italiani, di cui è stato segretario nazionale. Oggi ha cambiato pelle e guida il progetto Italia Domani, nato con l'ambizione di superare la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra.
Nel video, Rizzo non usa mezzi termini. "Ma in che Paese viviamo?", si domanda davanti alla notizia della rimessa in libertà di Siher. Il giovane, noto sui social come Youssef 18k, era stato fermato con l'accusa di aver incitato alle devastazioni durante gli scontri del 14 luglio. Secondo l'ordinanza della giudice Tiziana Landoni, tuttavia, non sussistevano i gravi indizi necessari per la custodia cautelare, e il fermo non è stato convalidato. Di conseguenza Siher è tornato libero, pur restando indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e per violenza nelle manifestazioni.
Una decisione che Rizzo fatica a digerire. Anche perché, nella sua ricostruzione, Siher "parrebbe avesse incitato a rompere le vetrine dei negozi" e spinto i "maranza" in strada verso i saccheggi. Dall'altra parte c'è la vicenda di Mario Roggero, l'orafo di Grinzane Cavour che sta scontando una condanna definitiva a 14 anni e nove mesi per duplice omicidio, tentato omicidio e porto abusivo d'armi. Per i giudici, Roggero aveva inseguito e sparato ai rapinatori dopo che l'aggressione si era ormai conclusa, escludendo la legittima difesa.
È qui che il tono di Rizzo si fa ancora più duro. La pena inflitta a Roggero, spiega il politico, equivale per un ultrasettantenne a un sostanziale "ergastolo". Una condanna vicina ai quindici anni che, per chi ha superato i settant'anni, rischia di coincidere con il resto della vita. "Aveva solo difeso la sua famiglia, il suo lavoro, il suo negozio", sostiene Rizzo.
Il reel colpisce proprio perché mette a confronto due storie che, sul piano giudiziario, non possono essere sovrapposte, ma che nell'immaginario finiscono inevitabilmente per scontrarsi. Da una parte un giovane accusato di aver alimentato il caos, dall'altra un commerciante che ha pagato un prezzo pesantissimo per aver reagito a una rapina. È lì che Rizzo costruisce la sua denuncia politica.
E il finale arriva come un pugno allo stomaco: "Ma che cazzo di Paese è questo?". Una domanda che, per molti, sintetizza un malessere più profondo. Non solo una sentenza o un'ordinanza, ma il senso di smarrimento di fronte a una giustizia che, almeno agli occhi di una parte dell'opinione pubblica, sembra punire chi reagisce e non sempre chi porta il disordine nelle strade.